Lettera aperta alla scrittrice Claudia Tortora

Posted by on Dec 15th, 2019 and filed under News, Spazio Donna. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Both comments and pings are currently closed.

Gentilissima Claudia Tortorella, ho terminato di leggere il tuo romanzo storico “LA CAMELIA DEL PARTIGIANO”, dove con molta attenzione e una descrizione realistica prospetti gli aspetti cruenti della seconda guerra mondiale con particolare riferimento alla nascita del movimento di resistenza partigiana colorandola di un romanticismo che si addice a tutte le imprese permeate da idealismi universali.
Intanto comincio col dire che chiamarti Tortorella mi è venuto spontaneo per due motivi ben precisi. Il primo è che, oltre a ricordarmi le vicissitudini del povero Tortora televisivo, mi sono venute in mente, spigolando tra i capitoli del tuo romanzo, le tortorelle che nel periodo estivo allietano con il loro caratteristico tubare il risveglio giornaliero nella mia casetta a mare, soggette agli attacchi di pellicani affamati (crudeli nazisti e fascisti) e il mio assomigliare a un Gufo (partigiano motivato) che osserva in silenzio le vicende da te narrate, spiandole con una attenzione particolarmente acuta con l’intento di coglierne gli aspetti più salienti.

La prima cosa che mi è saltata all’attenzione è il tuo narrare tutta la vicenda nei panni di un autore maschio, sapendo che a scrivere è invece una donna. Sostanzialmente tu, da donna, hai avuto il coraggio di assumere la personalità del personaggio narrante “Ruggero, alias Ruggine”, mentre sarebbe stato più naturale che tu raccontassi il tutto dandone, ad esempio, l’incombenza a Margherita, personaggio femminile.
Anche se, forse, anzi sicuramente, il tuo scopo principale era quello di descrivere la vicenda storica del movimento partigiano, tuttavia il romanzo segue il canovaccio romantico di un amore tra i due protagonisti principali, appunto Ruggero e Margherita, che diventa espressione di sentimenti universali e l’aria di tutto il libro
A raccontare i fatti in prima persona è Ruggero con la mano ed una preparazione culturale di una donna. Hai avuto un bel coraggio, poiché ne poteva venir fuori un bel papocchio. Invece ne è venuta fuori una figura di uomo perfetta con la singolare prerogativa di avere le caratteristiche che tu, in quanto donna, vorresti od hai già apprezzato. Sì, proprio la figura emblematica dell’uomo ideale sognato da tutte le donne: innamorato, altruista, comprensivo di eventuali difetti o precedenti esperienze della donna amata, rispettoso della sua libertà e delle sue debolezze e lontano dal fenomeno di violenza alle donne, nonostante quest’ultima fosse in auge grazie alla guerra in atto. Un vero eroe romantico degno delle favole del dopoguerra raccontate da Bolero o da Grand Hotel nel clima conturbante bellico. Anche gli altri personaggi del romanzo assumono quella colorazione rosa del tuo acume poetico.

La seconda cosa che mi è saltata all’evidenza è la perfetta conoscenza dell’ideologia partigiana ed il suo procedere all’assuefazione alla violenza, nonostante il punto di partenza fosse la lotta a quest’ultima. La figura di Paolo-Gufo ne è l’espressione più evidente. Egli aborrisce quella insulsa guerra, diventa disertore, teme per la salvezza di quanti lo aiutano o nascondersi, matura il disegno di combattere quella forma di violenza praticata dai tedeschi, ma, alla fine riconosce di essersi anche lui ubriacato di potere essendo diventato capo di una formazione partigiana e, come coloro che combatte, diventa anche lui duro, violento, inflessibile, calcolatore e privo di umanità. E’ la guerra il motore di questo circolo vizioso che coinvolge i nemici ignorando la pietà , anche se sperata .
Non solo l’ideologia del movimento partigiano emerge dal racconto, ma anche il metodo di lotta, fatto di resistenza attiva e sotterranea nei confronti del mondo fascista, adottandone in parte lo spionaggio ed il silenzio prudente. Mi torna alla mente il famoso cartello fascista del “Taci, il nemico ti ascolta” adottato anche dai partigiani nei confronti dei fascisti. Sostanzialmente il partigiano assume gli stessi atteggiamenti e le stesse movenze di lotta del malefico ed aborrito nemico.

La terza cosa che mi ha colpito è la descrizione apocalittica del bombardamento di Treviso da parte degli alleati, che coinvolgeva nel danno fascisti ed antifascisti nello stesso tempo. Gli alleati cercarono di giustificarne l’evento per motivi di eliminazione di obiettivi militari, ma in realtà la loro strategia era quella di stancare la popolazione ed indurla alla rivolta contro il potere fascista. Una specie di terrorismo capziosamente camuffato da esigenze salutari e benefiche per l’umanità coinvolta.
I bombardamenti a tappeto avvennero a Treviso, in Sicilia ed ovunque in Italia ed in Germania senza alcun rispetto per la popolazione civile. Le identiche scene di strazio e di dolore io ricordo di aver visto a Castelvetrano, in Sicilia, dove mi trovavo bambino insieme alla mia famiglia. Vi era in quella cittadina un aeroporto militare, dove mio padre, sergente maggiore del personale di terra dell’aviazione faceva servizio. Gli alleati non si limitarono a bombardare l’aeroporto, poiché di volta in volta rovesciavano bombe a iosa pure su tutto il paese distruggendo case, chiese strade senza alcuna distinzione nella scelta degli obiettivi.

La quarta cosa che mi ha colpito è la sintonia tra questo tuo lavoro e la mia filosofia di vita, che ho espresso nel titolo del libro che hai avuto in dono da Vera Ambra: “TUTTO PASSA E CAMBIA”.
In conclusione, nel tuo romanzo, passata la bufera della guerra, tutto ritorna come prima, compresi i pettegolezzi, le piccole cattiverie di ogni giorno, il trionfo del sentimento sulle ideologie e lo stesso perdono occhieggia tra gli ultimi approcci alla realtà. Tutto esattamente come nella mia raccolta di racconti autobiografici, dove li distinguo in due settori: quello della guerra e quello del dopoguerra. Nel primo racconto la guerra vista con gli occhi del bambino che ero e nel secondo gli episodi della vita che continua, scevra di odi repressi e volta alla gioia di vivere cercando di mettere una pietra sul passato. Ritengo che dopo tanto odio d’ambo le parti, non può non emergere il bisogno del perdono per continuare a vivere e non piombare nella disperazione. Questo mio pensiero, emerge anche da due mie poesie che trascrivo in calce. Esso mi sembra rispecchiato nella conclusione del tuo romanzo.
Sei stata bravissima a gestire e curare gli aspetti di tutti i personaggi nel groviglio di eventi veramente tremendi ed anche lontani dalla tua realtà. Io non ci sarei mai riuscito. Proprio per questo mi piace scrivere, oltre alle poesie, dei racconti più o meno brevi. Da questo punto di vista, forse sono un po’ pigro, anche nel leggere. Cosa quest’ultima che facevo nei piccoli intervalli che il lavoro mi concedeva.
Per quanto concerne lo stile, trovo abbastanza scorrevole ed incisivo il tuo modo di raccontare, che rifugge dalla ricerca di espressioni retoriche con un approccio al linguaggio comune. Mi piace il tuo ricorrere ai dialoghi diretti che favoriscono l’immediatezza dei concetti espressi

Pippo Nasca

.Pag 63 e 74 del mio libro Scarabocchiando briciole di sogni, edito da Lampidistampa on line

VENTICINQUE APRILE.
Il ticchettar spasmodico e compatto
delle chiodate scarpe sul selciato
ormai non s’ode nella piazza antica
perché cessò la guerra ed ora pace
nel cielo aleggia rotta solamente
dal cicaleccio della gente in festa.
Non più di condannati i corpi esposti
al crepitare di spianati mitra
né sul balcone sventolante arcigna
la svastica signora della morte
ma solo il rintoccar dell’orologio
in cima al campanile della chiesa
circondato dal volo dei colombi
o dal notturno e silenzioso canto
delle candele accese per la pace.
La nube, stesa all’orizzonte, pare
Giuditta che conosce dove giace
la testa d’Oloferne, ma lo tace
sotto quel rosso lieve che traspare
per dire al mondo intero che la pace
è ritornata in terra e che l’oblio
già vinse la violenza del passato.
Non più quei corpi stesi sul selciato
nell’orrido scenario dell’eccidio
convien mostrare al vindice futuro,
ma del perdono sollevar la voce
fino a toccar le stelle e l’infinito
poiché non teme la giustizia il pianto
dell’uomo che perdona e in Dio confida.

GARRISCE LA BANDIERA.

Garrisce la bandiera
sui corpi dei caduti
vittorie celebrando
del prode condottiero,
ma tutt’intorno il pianto
si leva su dal campo
di donne disperate
che più non rivedranno
mariti e figli uccisi.
La tromba allora inonda
d’ipocriti gorgheggi
il cielo cupo e spande
le note del “Silenzio”
per celebrar la morte
dell’umile soldato,
che certo non mirava
d’aver cotanto onore!
La scelta si conviene
di celebrare i morti
a chi la morte arreca
in nome di qualcosa
che forse non la vale.

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