Valeria Battiato “Fissazione di una sciara muta”

Posted by on Mar 24th, 2015 and filed under Libri, News. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Both comments and pings are currently closed.

Valeria Battiato “Fissazione di una sciara muta”

Un identico destino lega indissolubilmente un “Santo”, parroco di una cittadina qualsiasi, a un’inerme mosca dall’ala spezzata, metafora di un’umanità allo sbando, così come l’intera città che sta per essere travolta da una tragedia muta e inesorabile: la colata di lava che distruggerà ogni cosa al suo passaggio. È come il tempo la sciara lavica, implacabile e impetuosa, devasta e al momento stesso conserva, immobilizza ed eterna inglobando al suo interno. Ed è proprio il tempo, a mio parere, il vero protagonista di questa storia narrata da Valeria Battiato,
Fissazione di una sciara lavica. Apparentemente la si potrebbe definire un graphic novel, un romanzo grafico, ma in realtà è il modo di utilizzo della temporalità a segnare tecnicamente la differenza da esso.
Il graphic novel è fatto da sequenze giustapposte, che scandiscono un ritmo narrativo dettato dal rapporto immagine-testo all’interno di un’area scenica (vignetta), ma laddove non vi siano testi, in balloon o didascalie, vi è comunque una regia a suggerire quel ritmo, poi adeguato alle proprie esigenze dal lettore. In questa storia, invece, il tempo non si piega al volere dell’Autore, è padrone di se stesso e s’impone al lettore attraverso frasi destrutturate dalla logica grammaticale e impregnate di simbolismo onirico.
La parola suggerisce un’immagine, fino a divenire icona essa stessa, inchiostro che si scioglie dalla sequenza alfabetica in cui dovrebbe essere costretto, fino a ricomporsi e divenire forma, proprio come il magma lavico. Le immagini nate dal concatenarsi dei lemmi sono concetti espressi in forma e quindi simboli che esprimono un contenuto; per cui mutano ancora in parola nell’immaginario del lettore.
Un circolo perpetuo, paradossale, come le mani di Escher che continuano a cancellarsi e ridisegnarsi all’infinito nella sua nota litografia del 1948, o come avviene in qualsiasi altra delle sue immagini e prospettive distorte, rese impossibili in inganni assonometrici non troppo dissimili da quelli di cui l’umanità è vittima e si lascia traviare.
Più che un romanzo vero e proprio, quindi, ci troviamo dinanzi a un sogno, dilatato e amplificato, fatto di simbologie e significati, che se da un lato appartengono alla mente di chi quel sogno l’ha concepito, dall’altro rimandano a una iconografia comune a molti e quindi comprensibile con quella parte della nostra mente ben disposta a cogliere il senso dell’emblema e della metafora, quella parte non logica perché puramente inconscia e ancestrale.
Non stupisce l’approccio a questa forma narrativa da parte di Valeria Battiato, se pur così originale e imprevedibile; se teniamo conto della sua pregressa produzione, nata da un approccio poetico, ci rendiamo conto che, dopotutto, la poesia non è altro che questo: cristallizzazione di un momento, interiorizzazione di un’esperienza, immobilizzata e trasfigurata in parole simboliche ed evocative, che appaiono astratte all’occhio e sono percepibili solo facendo appello alla nostra interiorità. Lava e poesia, un connubio straziante e al contempo così inesorabilmente plasmabile.
L’augurio è che Valeria continui a donarci ancora queste sculture d’inchiostro, pietra vulcanica e coscienza.

Ilaria Ferramosca

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