Frammenti di meccanica metropolitana (2025) è una raccolta che si muove sul crinale sottile tra memoria e percezione, tra il vissuto personale e il paesaggio urbano di Catania, eletto a teatro simbolico ed emotivo. Fabio Falsaperla, che affida al lettore un libro autoprodotto e intimo, costruisce un mosaico di liriche in cui la città diventa specchio dell’interiorità, terreno fertile di contrasti, di rovine e rinascite, di silenzi e di suoni.
Il titolo, volutamente ossimorico, intreccia tre elementi-chiave: i frammenti, intesi come schegge liriche, momenti sospesi e incompleti che suggeriscono più che dichiarare; la meccanica, che rimanda a dinamiche inevitabili, agli ingranaggi del destino e della memoria che plasmano l’identità; infine la dimensione metropolitana, che è al tempo stesso spazio reale – fatto di cemento, marciapiedi, rumori, contrade – e metafora di una condizione esistenziale segnata dall’inquietudine e dall’erranza.
La raccolta si articola in due sezioni, Notte vermiglia e Giorno cobalto, che rappresentano due stati dell’essere più che semplici scansioni temporali. La notte non è solo buio, ma terreno di rivelazioni e di intensità emotiva: “nessuno ormai canta più / Everyday is like Sunday / eppure / ogni giorno è silenzioso e grigio”, scrive Falsaperla, lasciando emergere una malinconia urbana che dialoga con echi musicali e cinematografici. Il giorno, invece, non segna una pacificazione, ma il prolungarsi della tensione, illuminata da un chiarore che rivela le crepe: “Volgi lo sguardo dall’abisso / e forse troverai l’infinito”.
La scrittura di Falsaperla si nutre di immagini potenti e cinematografiche: muri che si sgretolano, vetri rotti che non si accendono mai, sigarette che si spengono nella notte, ombre che corrono tra arterie abbandonate. I versi si costruiscono per accumulo, spesso senza punteggiatura, in una sorta di scrittura automatica che ricorda Kerouac e il flusso beat, ma filtrata dalla malinconia wave e post-punk delle colonne sonore evocate: The Smiths, The Cure, Radiohead, Morrissey. Questi riferimenti musicali, elencati dall’autore in chiusura, non sono semplici citazioni: funzionano come ossatura ritmica della raccolta, scandendo pause, riprese e dissolvenze.
Catania, in questo libro, diventa una città doppia: reale, fatta di “asfalto rovente” e “carcasse d’auto dorate”, ma anche visionaria, intrisa di simboli e apparizioni. Il cemento si anima, le strade respirano, i lampioni diventano metastasi luminose, le notti pulsano di voci senza volto. È una città che somiglia a un corpo ferito ma vitale, che conserva la memoria del gioco infantile (“la terra innocente sollevata / da un calcio al pallone”) e insieme l’eco di un desiderio adulto mai appagato.
Il registro linguistico è teso, a tratti incandescente: un continuo alternarsi di immagini folgoranti e sospensioni, di metafore sensoriali e frammenti onirici. La poesia di Falsaperla vive nell’interstizio: tra eros e solitudine, tra la musica e il silenzio, tra il ricordo e l’oblio. “Tutti si spogliano e nessuno si denuda”: questo verso sintetizza bene la sua poetica, la consapevolezza che dietro le apparenze resta sempre un nucleo insondabile, un vuoto che resiste.
Il contributo critico di Giuseppe Caruso (introduzione) e di Valentina Giua (postfazione) rafforza questa lettura: da un lato sottolineando il rapporto tra superficie e profondità, tra emozione e razionalità; dall’altro evidenziando la capacità metamorfica del testo, che trasforma il quotidiano in mitologia e il dettaglio banale in epifania poetica.
In definitiva, Frammenti di meccanica metropolitana è un’opera che non si legge linearmente, ma si attraversa come un paesaggio: si ascolta più che si comprende, si respira più che si interpreta. È un libro che chiede complicità, che lascia spazi vuoti perché il lettore possa abitarli con la propria sensibilità. Un diario urbano e sentimentale, che unisce la brutalità del cemento alla delicatezza della rugiada, la durezza degli ingranaggi alla dolcezza delle more nei rovi.
Fabio Falsaperla ci consegna un’opera autentica, intensa e necessaria: un atto di resistenza poetica contro l’appiattimento del quotidiano, un invito a guardare “dietro le macerie” per sentire davvero.


