La nuova raccolta poetica di Valeria Battiato “Scarti sotto i portici”

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La nuova raccolta poetica di Valeria Battiato “Scarti sotto i portici”

La necessità di avere la poesia come testimonianza non potrà mai avere fine. Essa è lo specchio della società in cui la poesia stessa vive, sussulta e rigurgita le mancanze di questa società, priva ormai d’ogni sua identità, che sta avviandosi alla deriva senza rendersene conto. Ed è proprio questo “non rendersi conto” del proprio fallimento che genera una umanità che non ha più nulla da dire né da dare, se non riproporre le intrinseche contraddizioni d’un vuoto a perdere. Il vuoto in sé non è un luogo astratto, in effetti è l’opposto contrario, è concretezza: se una città è vuota non significa che essa non c’è, ma significa qualcosa di molto peggio, è un’assenza, ferma nel tempo e nello spazio, che spera solo d’essere riempita; come non si sa, poiché ormai non si aspetta più nessuno, è come se la città si fosse perduta nel deserto e ricoperta dalla sua stessa sabbia.

Questa raccolta poetica di Valeria Battiato “Scarti sotto i portici” si rende significativa già fin dal titolo emblematico; all’umanità, defraudata d’ogni valore morale, non restano che gli scarti d’ogni genere, compresi bambini donne e uomini, abbandonati sotto i portici di grandi città illuminate ma fredde e prive d’ogni riferimento

 “Scarto il senso della mia identità
geniale spunto narrativo
che funziona e resiste
al male di vivere”.

Ecco, quindi, la necessità della poesia, e in particolare di questa poesia di Valeria, che si trova a gestire una situazione anomala e autodistruttiva dell’uomo, lo fa con rabbia, angoscia e profonda delusione che si manifesta nella

 “inconsistenza del vivere…
illusoria cornice
di un fare poesia
al punto della ferocia,
delle visioni amare”.  

La poesia è un canto non sempre sussurrato, che può farsi urlo a tinte forti nell’immensità di cui l’umanità non ricorda più di far parte, seppure sia “dentro” questa immensità dove percorre il suo cammino. Immensità e vita, dunque, infinito e finito, un paradosso univer-sale dove tutto il contenuto è finitezza mentre il contenente è infinito mistero. E forse proprio per questa antinomia che l’animo poetico avverte forte l’esigenza di confrontarsi con l’infinito entro il quale per l’umanità è solo sofferenza. In questo secolo, ovvero in questo mondo, il cuore di Valeria palpita e trema perché tutto è incoerentemente inspiegabile. Dalle sue liriche esce il concetto della crisi del mondo in ogni suo campo

 “Codice di una politica universale
scoperto / nell’anima.
Si mettono in moto
sicurezze inquietanti”.

Valeria affronta temi profondi in forma alta-mente poetica, con toni vibranti e un’esposizione funzionale con la rabbia, il rammarico, l’amarezza per ciò che di brutto succede nel mondo, ove tutto appare come

 “drammatica metafora
di una storia d’amore
che uccide”.

Immagini angoscianti si alternano in maniera a volte terribile e purtroppo tremendamente vere in un intreccio di cronaca e con sentimen-to profondissimo. Soprattutto i giovani si sentono smarriti in una società incapace di amare, avvertono il triste odore della dimenticanza, chiedono e fanno richieste sempre disattese

 “Si commuovono i giovani
fermi nella piazza
sulla soglia della città,
apprendono le voci dissonanti
chiedono abbracci
in una lingua differente”.

Ma l’amore dell’umanità non è del tutto scomparso dalla faccia della terra, è di certo aumentata la follia camuffata sotto diverse vesti a discapito del libero confronto che offende l’intelligenza e la cultura, dimostrando di non aver imparato nulla dalla memoria del passato. Infatti Valeria ci dice che ha

 “un nome legato ad una storia
affabile stile di censura ed occultamento,
allestimento materno
per colpire
ogni estate mancata”.

Valeria Battiato assimila la vita e le sue esperienze, quasi sempre sofferte, nella sua più intima essenza, e le universalizza facendone linfa vitale per il cammino dell’umanità. La mente osserva e annota tutto sul taccuino d’una condizione presente ma incomprensibile, che inevitabilmente diverrà il nostro Passato, pur avendo sviluppato la capacità di cogliere ed elaborare la dimensione di tante Assenze da cui hanno origine la nostra vita pensante, quella presente e futura.

Da qui ella comprende lo spettro dell’aliena-zione che attanaglia l’umanità chiudendola in un cerchio senza via, o peggio, in un labirinto di cui si sa esistere il varco, ma non si trova, è s’ode “un grido (che) ne squarcia / la perfezione”. Poi, l’ansia tutto respinge inconsapevolmente all’interno, con la furia che forse sia di là l’uscita. Ma chissà, forse è “un sepolcro (che) si appresta / al falso pietismo”.

 

Antonio Ragone

 

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