Chiacchierata amichevole con una Vera Ambra

Posted by on Apr 17th, 2014 and filed under Akkuaria, Interviste, News. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Both comments and pings are currently closed.

Nel corso naturale della vita capita di incontrare molte persone. Addirittura troppe, se si computano anche quelle sbagliate. Decisamente troppe per averne un vivido ricordo o per pretendere di conoscerle tutte e al meglio. D’altro canto, alcuni incontri restano indimenticabili. Forse perché ti cambiano la vita, forse per una questione di semplice empatia. Ognuno di noi desidererebbe più frequenti scenari del genere, trattandosi di casi rari, quasi unici. Amicizie, amori, legami che nascono quasi per magia e con estrema naturalezza.

Personalmente non sono solito scrivere panegirici, roba mielosa; preferisco, piuttosto, evitare le lusinghe qualora queste siano forzate, di circostanza e, soprattutto, poco sincere. Da oltre un anno, però, ho avuto il piacere di conoscere una persona, che sarebbe riduttivo sintetizzare con un banalissimo “eccezionale”. Vera è Vera, non solo di nome. Un’amica unica, singolare nel proprio genere. Amica, capace di infonderti fiducia in ogni momento. Lei, con la sua pacatezza e costante impegno, ha raggiunto forse alcuni degli obiettivi di più vitale importanza che ogni essere umano dovrebbe prefissarsi: conoscere sé stessa e scoprire il proprio e personalissimo senso della vita. Una Donna con la “D” maiuscola che nella propria vita si è messa in gioco per offrire il proprio contributo nel sociale e per la collettività, spinta da un’innata passione per l’arte e per le mille sfaccettature dell’universo del sapere, unitamente a una straordinaria sensibilità per il prossimo.

Un impegno e una partecipazione attiva e costante con le più svariate iniziative, mai fine a sé stesse, in qualsivoglia settore.

Lei è una persona capace di reinventarsi e reinventare il prossimo; capace di applicarsi davvero in ogni attività ed è impossibile distoglierla se si mette in testa qualcosa. Insomma, la persona che tutti vorrebbero, e dovrebbero, conoscere.

In Vera s’incontrano l’arte, la poesia, la scrittura, l’amore per gli animali. Inesauribile vulcano di idee,  con grandissima vitalità riesce a coinvolgere tanti in una miriade di progetti. Mai con le mani in mano, da sempre si batte per la tutela delle problematiche dei minori, delle donne e dell’ambiente. Sempre attenta all’ecologia, è anche fiera promotrice delle attività culturali e sociali.

Per come conosco Vera, credo che l’alienazione del singolo sia per lei qualcosa di inconcepibile. Vera è tutto questo e anche molto di più.

Su di lei ci si potrebbe scrivere un libro… ma a questo ci ha già pensato lei! Con “Re o regina” ritrae la storia di uno scorcio del secolo scorso, di intere epoche. Senza alcuno schermo, senza filtri, Vera presenta una vita intensa: la propria Storia e quella di tante persone e di tante realtà. Al meglio, sembra uno di quei romanzi scritti in prima persona, con la differenza che, in questo caso, è tutto vero. Tempo fa, mi chiese se mi fosse piaciuto: non saprei esprimerle a parole le sensazioni che il libro, capace sino all’ultimo di coinvolgere, mi ha fatto provare. Storia di una Donna che tocca ogni tipo di tematica con grande realismo. La ricerca del senso della vita dovrebbe essere, in fondo, la massima ambizione dell’uomo. Non un semplice racconto autobiografico, ma una lettura significativa. Scrivere, per lei, è sempre stata una passione che coltiva sin da quando era adolescente. Una passione che poi, ben sollecitata, ha ovviamente avuto un culmine, che ha dato vita a una produzione davvero di rilievo.

Vera descrive, colpisce, riflette e cresce, perché di questo si tratta: una crescita personale, grazie anche alla scrittura. Conoscere la vita dello scrittore, le sue esperienze, è come conoscere l’autore stesso. Se poi lo si conosce realmente è un qualcosa di ancora più proficuo. Vera, nella sua poliedricità, è anche poetessa e scrittrice, oltre che fondatrice, con un invidiabile senso dell’avanguardia e dell’innovazione, nel 2000, di Akkuaria. Si tratta di una realtà aperta a tutti, secondo una nuova concezione della comunicazione digitale e dell’editoria tradizionale. Vera non è soltanto questo, ma molto altro… Non meriterebbe un semplice articolo ma molto di più! Vera ha saputo esorcizzare il proprio passato, senza vittimismi, finzioni o rimpianti. Io interpreto Vera come una persona forte, fiera, sicura.

 – Vera,  come nasce la tua passione per la poesia?

 «Non so se il mio incontro con la poesia sia stato del tutto casuale, oppure per dirla alla Neruda: “Accadde in quell’età… La poesia venne a cercarmi. Non so da dove sia uscita, da inverno o fiume. Non so come né quando, no, non erano voci, non erano parole né silenzio, ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte, bruscamente fra gli altri, fra violente fiamme o ritornando solo, era lì senza volto e mi toccava”.

È vero, non so da dove né come né quando, ma il perché forse lo so. Del resto, ognuno di noi nasce con una predisposizione dentro, con una passione; tutto sta nel farla emergere, nel riconoscerla. Personalmente credo che la poesia sia sempre stata parte di me, sin da ragazzina…

La poesia più che altro è uno stile di vita. Bisogna essere prima di tutto poeti dentro».

 - I ricordi della tua infanzia e l’approccio al mondo della fantasia e delle parole, raccontati nei primi capitoli del tuo libro “Re o Regina”, che influenza hanno avuto per te?

 «Per me la parola ha sempre rappresentato uno strumento potente, il mio “giocattolo” preferito…

Fin da piccola, con una buona dose di ingenuità, provavo una forte empatia con la vita: squadravo e osservavo tutti e tutto con gli occhi della meraviglia, come solo i bambini riescono a fare. Il mondo delle cose costituiva una vera e propria calamita. Mi attirava a sé e, a partire dalle cose più piccole o dalle persone, riuscivo a chiudere gli occhi e a immaginare. Qualcosa di davvero speciale che la maggior parte degli adulti, crescendo o invecchiando, che dir si voglia, non riesce più a fare. Gli adulti dimenticano».

– La parola per te ha sempre avuto un forte significato. Quando, però, la parola si è finalmente rivelata, manifestata?

«Il mio rapporto, o meglio il primo approccio con la parola, è avvenuto con un singolo vocabolo che si è svegliato all’improvviso nella mia mente. La parola si è rivelata a me quasi come un bisogno ancestrale e, spinta dall’istinto, si è tramutata in verbo. Una sola “parola che è diventata la vera musa ispiratrice dei miei versi”.

Ero sul finire dei miei tredici anni e un pomeriggio, guardando il mare di Ognina, il termine “glauco”, che non sapevo neppure cosa volesse significare, ispirò il primo componimento:

“Oh mare “glauco” / come il pensiero profondo. /Hai nella bianca schiuma mille misteri… il resto non lo ricordo più…”

Scoprii tempo dopo che glauco si riferiva al colore intermedio tra il celeste e il verde, spesso e volentieri riferito al mare. Ma ciò che in seguito imparai è che Glauco è una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e di una Naiade. La peculiarità di Glauco era quella che non tratteneva mai per sé tutta l’abbondanza di cui disponeva ma la ripartiva tra gli amici e teneva per sé solo quanto bastasse a nutrirsi, vivendo alla giornata.

Di certo, quel giorno, di fronte alla visione di quel mare calmo, Glauco venne a cercarmi per darmi tutta l’abbondanza di cui disponeva. Da quella parola, dal suono strano, e a me ignoto, si spalancarono le porte di un inimmaginabile mondo nuovo».

 – Tu torni spesso sul periodo della tua giovinezza… come mai?

 «Ebbene sì! Torno spesso a rivisitare quelli che sono i pilastri importanti della mia vita. I fedeli pilastri su cui si fonda tutto il mio essere. Guai se spezzassi il legame con il mio passato.

Che meraviglia sono stati quegli anni, davvero mitici!

Gli anni ’60 sono stati qualcosa di davvero irripetibile. A mio parere, è stato il periodo più fecondo per la gioventù di quel tempo. Se dovessi suggerire a un adolescente di oggi di fare un salto in un lontano decennio direi senza alcun dubbio che quegli sono stati gli anni indimenticabili, profondamente segnati dalla musica e anche dal boom economico che infervorì gli animi di tutti gli Italiani. Tutto sommato, a quel tempo, il benessere di ogni famiglia era scandito dalle scadenze delle cambiali e gli stipendi non sempre permettevano di arrivare alla fine del mese, però c’era sempre la speranza di un futuro migliore.

A casa nostra, mio padre, ci garantiva lo stretto necessario, non c’era spazio per i capricci o altro, in cambio però faceva di tutto per non farci mancare qualche rappresentazione allo Stabile di Catania e, ogni anno, l’abbonamento al Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”. Mio padre professava la propria filosofia: di stenti si può anche vivere ma senza la cultura no! Grazie a lui ho conosciuto una realtà che al tempo era piuttosto lontana al mondo dei giovani.

Però, in particolare, gli anni ’60 per me segnarono la prima tappa importante: Claudio, “il primo amore”. La scoperta di un sentimento come l’amore che diventava più devastante, se accompagnato dalla voce di Gianni Morandi: “Ritornerò in ginocchio da te… l’altra non è niente per me…”

Quanti i successi canori di quegli anni che segnarono le indimenticabili colonne sonore della mia adolescenza e giovinezza… I tempi cambiavano: Mario Del Monaco, Maria Callas, Giuseppe Di Stefano e altri grandi miti della lirica avevano lasciato il posto ai brani strappacuore.

Con le “Emozioni” di Lucio Battisti e “Il ballo del mattone” di Rita Pavone, il sentimento era visto più come un rapporto sociale, profondo e indissolubile. Non si accennava neanche minimamente alla diffidenza verso gli altri. Nell’atmosfera permeava un senso generale di condivisione. La poesia stessa, a quel tempo, era sempre a portata di mano, a differenza di oggi che, invece, bisogna andarla a cercare. O almeno, questo è ciò che a me piace ricordare di quell’epoca. Il decennio in cui desidererei tornare a vivere nuovamente… non per altro ma per nutrirmi di quella speranza di un futuro, lì migliore, che oggi non sento più».

 – Fu proprio in quegli anni, quelli della tua adolescenza, che hai iniziato a rendere in inchiostro tutto ciò che ti accadeva…

 «Sì, in quel decennio, e in quello che è venuto dopo, per i giovani sono state scritte le più belle pagine di storia del secolo scorso. E anch’io ho scritto le più interessanti della mia vita. Grazie ai diari, dove annotavo i miei pensieri, sono riuscita a salvare una parte importante della mia vita che, altrimenti, sarebbe rimasta nel dimenticatoio per sempre. Proprio grazie ai diari ho potuto attingere buona parte della storia che è stata riportata nel mio romanzo autobiografico. Poi, ormai adulta, fu il fallimento del mio matrimonio a spingermi a riprendere la penna in mano. La scrittura stessa porta in sé uno straordinario potere taumaturgico. Per me diventò la sola necessità dell’anima per risolvere i problemi esistenziali. Una valida terapia che diede poi senso e salvezza alla mia esistenza.

Il mio percorso personale e la passione per la scrittura approdano, poi, nelle mani di Padre Antonio Corsaro, un prete catanese “scomodo”. Lo conobbi per sentito dire, neppure sapevo chi fosse, per me era semplicemente una persona alla quale chiesi una prefazione per il mio libro di poesie. Al tempo ero troppo occupata a risolvere i problemi esistenziali di un matrimonio fallito alle spalle e avevo tre bambini piccoli da crescere. La poesia era soltanto un pretesto per non affogare nella melma che avevo sotto i piedi.

Soltanto dieci anni dopo mi resi conto del suo spessore. Don Antonio era uno che sapeva dire fermamente “no” al falso intellettualismo, soprattutto alla mediocrità. Si trattò di un incontro determinante – quasi un nuovo “Glauco” – che ha permesso poi di far convergere i miei interessi in quel mondo sconosciuto della poesia. Con la sua prefazione, nel ’92, vede la luce la prima raccolta di poesie, “La voce delle donne”. Il libro fu presentato prima a Roma e dopo a Milano, diventando il mio primo biglietto da visita per il mondo intellettuale. Un battesimo, però, arrivato con quattro anni di ritardo, visto che, per altre rilevanti ragioni,  mi ostinavo a tenerlo chiuso nel cassetto…»

 – E poi, che cosa è successo? Che cosa ha rappresentato quel “quid” in più?

 «Sono stati parecchi gli incontri che hanno segnato le tappe cruciali nella mia carriera artistica. Dopo padre Corsaro, c’è stato Benedetto Macaronio, un alieno che conobbi per una semplice legge d’attrazione. Per meglio dire, uno dei tanti alieni che ho incontrato nella mia vita. (L’aver incontrato – per fortuna – pochissime persone “normali” la reputo una gran fortuna).

Grazie a padre Corsaro, a Macaronio e a Peter Russell, altro straordinario poeta inglese che finì i suoi giorni in Italia, e la loro viva e vera passione per la poesia, ho intrapreso questa meravigliosa avventura che tutt’oggi continua. A dire il vero sono state troppe le persone straordinarie che ho avuto modo di conoscere personalmente e sono tutti “personaggi” che difficilmente si incontrano nella vita, tra questi annovero un importante guru indiano e due monaci guerrieri tibetani, venuti a Catania nel ’91 direttamente dal Tempio di Shaolin. Avevo da sempre sognato di andare in India e nel Tibet… dopotutto, l’India e il Tibet sono venute da me. Ricordo con affetto anche il famoso clarinettista Antony Pay: da lui ho appreso un concetto secondo il quale ogni strumento musicale risente dell’umore del musicista. A suo dire lo stato d’animo si trasmette allo strumento e quindi alla stessa melodia. Pay, durante il suo seminario, tenuto al Conservatorio Musicale di Catania, invitava gli allievi ad assecondare i propri stati d’animo attraverso la musica poiché, se soffocati, si rischia di non trasmettere nulla al pubblico. Rimanendo in campo musicale, un altro bel ricordo è dedicato al chitarrista Giulio Tampalini, un altro artista che mi ha lasciato dentro un’indimenticabile emozione. Per me lui si è fatto portatore di un profondo messaggio: l’amore per la vita».

– Tu di persone ne hai incontrate e conosciute davvero tante… Ma questo tuo percorso cosa ti ha lasciato dentro?

 «È vero, sono davvero tante le persone speciali che ho avuto modo di conoscere, apprezzare e amare, ed anche se si è trattato di brevissimi momenti, con ognuno di loro c’è stato uno scambio emozionale intenso e profondo; un arricchimento interiore importante.

Secondo la mia personale filosofia, l’artista è un albero generoso che dà frutti rigogliosi, ma il vero “artista” è chi sa disfarsi in fretta dei propri frutti, altrimenti rischia di rimanere schiacciato dal peso dei frutti stessi. Personalmente credo che tutto ciò che nasce dall’animo di un artista debba essere condiviso con gli altri».

 Qualsiasi forma d’arte è il miglior nutrimento per la nostra anima e per il nostro intelletto. Ogni forma di cultura fa quadrare il cerchio nella poesia. Ogni arte è faccia stessa della lirica poetica. Un quadro, una melodia o la danza non sono semplici rappresentazioni ma presentano un che di nuovo: oltre alla creatività/creazione prevedono anche un impegno fisico. Un artista, non può prescindere dal proprio essere artista: è tale se c’è coerenza con la vita e il pensiero di tutti i giorni. Il proprio mezzo espressivo dev’essere una filosofia di vita, una scelta; altrimenti è altro…

 – Tutti conosciamo una Vera sempre solare, ottimista e sempre pronta a dare. Tu come ti definiresti?

 «Sai, spesse volte, dietro quella mia facciata di solarità e ottimismo, si nascondono i veri problemi della mia quotidianità. Quello che per chiunque possono essere le semplici banalità della vita, per me rappresentano un vero e proprio dramma… per esempio fare la spesa, buttare la spazzatura, lavare i piatti, mettere su la pentola sul gas o fare la lavatrice. Sono tutte mansioni che mi distraggono e mi portano via del tempo prezioso. Tutto sommato, ora come ora, posso dirti che sono semplicemente felice».

Ci vuole davvero poco per esserlo o per rendere felice gli altri ma, oggigiorno, la gente non capisce e non riesce più a farlo. La spiegazione al perché? Abbiamo il desiderio, forse anche senza saperlo, di dare agli altri, ma il più delle volte non siamo disposti ad accettare, forse per paura o per quella naturale diffidenza. Ciò che manca è il coraggio e lo spirito d’iniziativa. Alcuni sono troppo egoisti e legati a sé stessi, altri poco aperti. Potrebbe sembrare retorico, ma bisognerebbe accettare le cose per come vengono e poi, come si dice dalle nostre parti, “comu finisci si cunta”. Nessun finale è già stato scritto e quindi meritevole di essere dato per scontato. Sarebbe sufficiente mettersi in gioco e aspettare i risultati. Questo sarebbe già un notevole traguardo. Serve tanta umiltà, prendendo le distanze dal possesso e dalle apparenze. Da qui si impara che occorrerebbe conoscere le persone per come sono quando si alzano dal letto al mattino e non quando sono appena uscite dal parrucchiere. Insomma, per come sono e non per come vorrebbero apparire. Basterebbe “accontentarsi” dell’aiuto che si è disposti a dare e a quello che gli altri sono in grado di accettare.

L’uomo per “volare” in alto non può essere legato a ciò che lo trattiene per terra…

 – Passiamo adesso alle tue prime esperienze con la poesia, l’editoria e le altre forme dell’arte

 «Mi resi conto del grande senso della mia vita quando realizzai che ciò che esprimevo scrivendo riusciva a far provare delle emozioni. Una delle mie prime avventure fu “Favola”, seguita a ruota da “La Polvere e il Vento” e da “Fiammiferi”, un vero e proprio dialogo con le parole, una sorta di racconto in forma di versi.

Attraverso la poesia, ho affrontato la condizione degli amori impossibili e, in questo modo, ho scrutato il mondo delle emozioni, scavato negli strati più profondi dell’animo umano.

Con il passare del tempo, la poesia non mi è bastata più. Sentivo l’esigenza di far altro, di trovare nuove forme d’espressione. Quest’opportunità si presentò inaspettatamente. Un’amica, l’architetto Silvana Bonaccorsi, un giorno mi disse: “Colora che ti salvi la vita”. Parole quanto mai profetiche… Iniziai con tre tubettini di tempera, un pennellino e dei fogli di carta. Tra una telefonata e un’altra, buttavo giù il colore sulla carta e pasticciavo a mio piacimento. Da qui a breve, mi ritrovai con la prima esposizione pubblica delle mie “pitto-poesie”.

Entrai a forza nel mondo della pittura catanese e, in breve tempo, si diede vita, assieme a  Maria Tripoli, all’associazione 51 Pegasi. Una girandola di artisti e mostre varie ci portarono a frequentare le maggiori piazze catanesi. Da qui l’incontro con il fuoriclasse pittore americano Philip Hipwell.

L’esperienza, tuttavia, non durò molto: appena due anni. In seguito, spinta da un editore, mi dedicai alla stesura del mio primo romanzo. Si trattava di affrontare l’argomento “eros”. Mi stuzzicava molto quest’idea, così nacque,  in altre parole, un progetto “a tavolino”. A lavoro ultimato non rimasi soddisfatta. Pensai che in quel modo “l’avrebbe potuto scrivere chiunque”. Lasciai stare il mio editore – soprattutto quando mi resi conto che era più interessato all’autrice che al romanzo – e cercai di capire cosa non andasse nel mio modo di scrivere. In attesa di decidere il da farsi, abbandonai l’idea della “narrativa” e continuai a far altro. Un giorno, per caso, mi trovai per le mani un testo di Silvano Marino (tra l’altro pubblicato molti anni dopo la sua scomparsa). La sua scrittura per me fu una vera rivelazione. Provai a seguire quel modello di scrittura. Smontai il romanzo che avevo steso e operai dei tagli drastici, riducendolo ai minimi dell’essenzialità. Operare una scelta di tal genere non era cosa facile e, tra l’altro, era diventato un lavoro che sarebbe stato comprensibile esclusivamente a pochi. Ormai avevo scelto la strada da percorrere e continuai fino alla fine. Ovviamente il risultato, in termini di pagine, fu fin troppo scarno. Non mi persi d’animo. Decisi di riprendere la storia – che era raccontata al femminile – e riscriverla stavolta secondo il punto di vista del personaggio maschile. Con una semplice inversione dei ruoli ricavai due storie identiche ma che esprimessero punti di vista differenti.

A questo punto occorreva dare corpo e spessore ai personaggi. Il concetto che avevo in testa era di esprimere “il bello al maschile”. Quale poteva essere un modello di bellezza maschile? Sicuramente un atleta. Nei miei trascorsi venticinque anni di dirigenza sportiva, di atleti ne avevo incontrati tanti; per lo più di bell’aspetto ma culturalmente fragili. Allora pensai che un danzatore sarebbe stato un modello ideale: Rudol’f Nureev da sempre è nel mio cuore. 

Una sera ammiravo un video di Maximiliano Guerra: mi venne un buco nello stomaco. Rimasi fatalmente attratta da quel mondo… che, di colpo, diventò il mio. Attraverso gli occhi di una giornalista e la passione di un ballerino, la Danza diventò il filo narrativo di “In punta di piedi”».

 – La danza e la musica: ennesime realtà che hai esplorato.

 «La stesura di “In punta di piedi” ebbe una lunga gestazione, durata quasi sette anni ma, dopo la danza, fu il momento della musica.

Sol Sol Sol Mi” fu scritto in una sola notte, insonne, di fine agosto del ’95. È un’opera nata da un delirio creativo. Un delirio che mi causò, in seguito, una terribile depressione ma, di questo, me ne resi conto diversi anni dopo. Sul momento non feci caso alla mia insofferenza verso tutto e tutti, al mio volontario isolamento, alla mia avversità nei confronti delle altre persone. Esistevo soltanto io, e il mio computer.

“Sol Sol Sol Mi” è stato presentato solo recentemente, anche in forma di audiolibro, quasi dieci anni dopo la sua pubblicazione. Magari, uno di questi giorni, lo farò diventare un romanzo»

 – Infine, la Vera totale, completa. Il romanzo: “Re o Regina”.

 «Questo romanzo autobiografico, che per la maggior parte raccoglie i miei scritti giovanili, nasce per un preciso motivo. A causa di un grave problema agli occhi, due bei fori alla macula (che più che fori erano trafori), dovetti sottopormi a un delicato intervento. La paura che potessi diventare cieca (è già in gran parte lo ero) mi spinse a ultimare questo lavoro autobiografico, iniziato più di dieci anni prima e mai completato.  Avevo una scadenza ben precisa e, prima di recarmi in ospedale, consegnai il manoscritto a Erberto Accinni, un amico fidato… ebbene, il cammino che mi portò a riprendere l’uso dei miei occhi fu segnato da questo libro. Ancora una volta la scrittura era venuta ad aiutarmi».

 Vera adotta una scrittura potente ed è capace, come pochi, a descrivere poeticamente ogni situazione.  Per oltre dieci anni ha dato spazio ad autori emergenti: i “suoi autori”. Non avvertendo la necessità di riproporsi, di pubblicare, a meno di un prodotto valido, si era trascurata un po’, letterariamente parlando. Preferirebbe ritirarsi, qualora la pubblicazione delle proprie opere dovesse diventare una forzatura e qualora non riuscisse più a trasmettere qualcosa al lettore. Non si sente obbligata a scrivere molto ma, ciò che fa, vuole sia all’altezza. Ed ecco che, dopo dieci anni di Akkuaria, nasce il suo romanzo. Indubbiamente, adesso, ha più occhio nel settore: ha sempre cercato il confronto e l’ottimismo ma senza farsi mai troppo forte dei giudizi positivi. Adesso, in ottica futura, lavora a un nuovo romanzo: quello “definitivo”! Le idee ci sono e bollono in pentola… ma serve un po’ di pazienza.

 Questa intervista, nata da una semplice chiacchierata, corrisponde a ciò che di Vera è impresso nel mio immaginario: una sorta di guida, che mi invita costantemente a scoprire la mia strada. Probabilmente la mia, così come la sua, è quella di raccontare e far conoscere, per far dono agli altri di quelle esperienze. Di questa intervista ho scritto prima la fine e poi tutto il resto. Ecco, finalmente ci siamo! Grazie Vera, per ogni lezione, per ogni occasione concessami, per tutto quello che fai…

 

Marco Fallanca

 

 

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