Stregato da un’anima di legno… e di pietra: le “Creature” di Pippo Pattavina

Posted by on Jan 20th, 2014 and filed under Interviste. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Both comments and pings are currently closed.

A Palazzo della Cultura il grande Maestro del Teatro si cimenta in una veste inedita, sorprendendo pubblico e critica con le proprie sculture

 Che la città di Catania vanti una tradizione teatrale assolutamente invidiabile, potendo godere e fare affidamento su grandi personaggi, risulta un fatto universalmente noto. In un’ambientazione che potrebbe sfruttare il turismo e la cultura come industria di riferimento, le iniziative di valore tendono tuttavia a essere rare. Non è certo, però, questo il caso dell’esposizione di opere partorite dal genio di Pippo Pattavina, icona di comicità e drammaticità, sintetizzata nelle mille sfaccettature dell’uomo di Teatro con la “T” maiuscola. La mostra, che vede protagoniste opere di straordinario pregio artistico, era stata allestita presso i locali di Cortile Platamone (Via Landolina/Via Vitt. Emanuele) dal 14 dicembre al 6 gennaio, ma l’enorme successo riscontrato dall’evento ha reso necessaria una proroga dell’apertura della mostra fino al 19 gennaio.

Il personaggio di Pippo Pattavina, catanese di adozione, occupa sicuramente un posto di rilievo nel cuore dei catanesi, grazie alle storiche interpretazioni alle quali ci ha, da sempre, abituati. Stavolta, però, sfrutta al meglio l’occasione per rimettersi in gioco, riproponendosi nell’inedita veste di scultore: una scommessa – vinta senza alcun dubbio – a prova del grande estro che lo contraddistingue unitamente a un personaggio istrionico, versatile e geniale. Si conferma, così, un grande Artista – è il caso di dirlo, a 360° – oltre che un superbo Attore. Nelle opere d’arte, magistralmente realizzate, permea un incommensurabile senso plastico e una singolare intensità psicologica. Tra pietra lavica, legno e lamiera, vere “creature” straordinarie, il visitatore viene investito da tutta la passione e la vitalità dei soggetti, plasmati e ideati, dalla materia inanimata, in maniera non inferiore alle imprese teatrali del loro autore.

L’immaginazione non manca di sicuro a un uomo che ha dedicato l’intera vita all’interpretazione dei più svariati personaggi. Con tanta umiltà, Pippo calca un nuovo palcoscenico, letteralmente “Stregato da un’anima di legno… e di pietra”. Materiali sinceri e semplici, di fatto, reinventati in maschere, burattini, Cristi in croce e tant’altro. Nonostante l’affetto che lega il pubblico al celeberrimo Attore, quest’ultimo non sfrutta semplicemente il proprio nome e la propria fama bensì riesce con merito a ottenere un plauso per un’iniziativa nella quale, come appare chiaro e semplice dato di fatto, l’Arte è presente e manifesta. Di primo acchito l’approccio sensoriale del visitatore che si accosta alle opere riscontra grande eclettismo e poliedricità. Pattavina è sempre stato e continua a essere presente nel teatro catanese, che attualmente sta attraversando una parantesi di buia crisi. Una carriera lunga mezzo secolo, tra sacrifici e soddisfazioni, prima da cantante e poi da variegato attore. Iniziando come suggeritore e, successivamente, “Fico d’India” con Mario Giusti, approda, quindi, allo Stabile, dove ha sempre fatto l’attore. Niente maschere, niente trucchi. Un ennesimo successo, in un nuovo ruolo, che premia vent’anni di passione e di hobby. Pippo è Pippo, una vera Istituzione, che non ha bisogno di ulteriori presentazioni e che abbiamo avuto il piacere di intervistare, scambiando quattro chiacchiere con un Vero Artista. 

- Trovo innanzitutto doveroso ringraziarLa per aver accolto il mio invito. Le domanderei, per prima cosa, di illustrarci come nasce la Sua passione per la scultura

«L’idea di realizzare una scultura, e la conseguente passione, è nata nel medesimo modo in cui si verificano le cose della vita: “per puro caso” e all’improvviso. O più precisamente, a teatro, luogo a me tanto caro. In occasione di un allestimento di “Turchetta” di Guaita al Teatro Stabile, dovevo interpretare il ruolo di un pagliaccio: si trattava del clown Pasquariello. Così mi procurai un pezzetto di gommapiuma rossa, in modo da poter realizzare il caratteristico naso dei pagliacci. Riuscii nell’impresa ma, il giorno seguente, il naso di gommapiuma rossa fu smarrito, probabilmente caduto a terra e spazzato via incautamente dalle donne addette alle pulizie. Decisi, quindi, di chiederne alla produzione uno nuovo, ma, una volta realizzato il naso, vidi avanzare una considerevole porzione del blocco originario. Sin da subito mi parve uno spreco e ne realizzai la testa e il corpo del clown interpretato. Quella fu la mia prima “opera”. Nasce così la mia passione. Ma non è tutto: inizio, allora, ad approcciarmi ai burattini di gommapiuma, rivestiti di pannolenci. Ovviamente il disfacimento e la cancrena della gommapiuma, dovuti alla deperibilità di questa nel corso del tempo, costituiva per me un rammarico. Era come assistere a un processo degenerativo che facesse vittime le mie “creature”. Nel mentre, il meccanismo mi aveva travolto… scolpivo e scolpivo.»

- Fino a sperimentare nuovi materiali, come pietra lavica, lamiera e foglie di palma. Del resto, è risaputo, la difficoltà sta nello smettere e non tanto nel cominciare…

«Avevo, infatti, quasi abbandonato la passione quando, in occasione di alcuni lavori nella mia casa di campagna, mi accorsi di un blocco di pietra lavica. Una gran pietra che svettava su di un cumulo di detriti, come se mi stesse pregando di salvarla. Notai una vaga rassomiglianza con un volto umano. “Non sembra un naso, quello? E quella, non richiama l’idea di una bocca? E gli occhi…”. Da quel momento in poi, tutto diventò più semplice, più immediato. Fino alla scoperta del legno, il materiale che prediligo. Non importa che forma abbia, o che grandezza. L’importante è prenderlo: quando ne trovo anche un semplice pezzetto a terra, nasce in me un bisogno spontaneo di raccoglierlo. Lo noto come se fosse una bella donna. Un’ “attrazione fatale”… La maggior parte, quasi il 99,99%, dei legni da me utilizzati proviene dalle mareggiate. Si tratta di legni non trattati e con colori propri. Li trovi lì, sulle spiagge o incastonati tra gli scogli, con le loro venature, e sovente disidratati e già levigati.»

- Poi, dopo quasi venti anni di sculture di ottima fattura, sbarca a Palazzo della Cultura con una straordinaria esposizione. Come nasce l’idea?

«Di certo, moglie, parenti e amici hanno giocato un ruolo determinante. E’ grazie alla loro insistenza e alle loro pressioni che, dopo tanti anni di silenziosa attività scultorea, mi sono convinto a sottoporle al pubblico. In seguito al mio via libera, si sono dati tutti da fare per una buona riuscita dell’evento. Ed eccoci qui! Davvero una piacevole sorpresa… Anch’io sono rimasto meravigliato: avevo casa talmente e letteralmente “invasa” da opere, che non avevo mai pensato a quantificarle o catalogarle. Più di 200… Sono risultate numerosissime senza che io me ne sia mai reso conto. Al momento del trasloco per portarle da casa ai locali della mostra, siamo rimasti a bocca aperta! Le mie “creature”, come adoro chiamarle… Un punto d’incontro tra sentimenti, passione, istinto e, perché no, tradizione teatrale.»

- Una mostra che ha, sin da subito, riscosso un grandissimo successo, tale da richiedere una proroga dell’esposizione fino al 19 gennaio. Cosa le lascia quest’esperienza? E’ rimasto soddisfatto dall’avventura?

«Mai avrei pensato che, nella mia carriera di attore, mi sarei spinto fino a una mostra di sculture. Il mio “nobile hobby” mi ha arrecato tante soddisfazioni. Non mi sarei mai aspettato un così grande successo… Ma il risultato è stato positivo, vuoi per l’affetto del pubblico, vuoi per l’effettivo pregio delle opere. L’Assessorato si è dimostrato entusiasta all’idea della collaborazione; quando mi comunicarono la scelta dell’ubicazione della mostra, rimasi un po’ scettico. Addirittura tre sale, e di tale volumetria, mi parvero eccessivamente dispersive per le mie opere. In realtà, l’esposizione è stata delle migliori: ogni opera è stata opportunamente valorizzata. Rimasi perplesso anche quando l’Assessore ai Saperi e alla Bellezza condivisa mi propose di prorogare la mostra per successo di pubblico e di critica. Ma anche quella scelta si è rivelata vincente. Ammeto che, quando sono solo, vago per le sale con un po’ di malinconia e le ammiro; le guardo come la prima volta. Con l’occhio dell’autore e non con quello del visitatore.»

- La veridicità dell’arte è palese, ma come si accende la celebre “lampadina”? Come sceglie i soggetti da rappresentare? Quali sono le difficoltà che si incontrano?

«Ogni opera ha una storia propria, a sé stante. Il singolo pezzo offre un suggerimento in maniera del tutto naturale: basta osservarne la fisionomia, le caratteristiche. Il soggetto si sceglie da sé, si elegge. Basta intravedere un naso, un orecchio, una bocca o anche un po’ di muschio a mo’ di capelli. Poi si parte da un punto e, sempre con nuova emozione, si dà vita alla “creatura”. Dal materiale grezzo si plasma l’essere. La pietra lavica è il materiale più duro da scolpire, ma allo stesso tempo più facile da lavorare. Tutt’altra storia per il legno, che richiede una maggiore cura e attenzione. La pietra lavica regge meglio i colpi. Ciò che sulla pietra lavica può essere un colpo mal dato, nel legno può causare danni che potrebbero compromettere la perfezione dell’opera. La pomice, pura roccia, è difficile da scalfire. Il legno può andare in pezzi con una certa facilità.»

- Passiamo ad analizzare alcune opere in compagnia dell’autore, per scoprirne i pregi e i particolari

«Una delle opere di maggiore levatura artistica è il Crocifisso in legno di albicocco. Un unico pezzo di legno ove, quelli che oggi costituiscono le braccia, prima erano due semplici rami. In questo caso, la fisionomia del blocco, con una biforcazione in due rami, mi ha subito suggerito un Cristo in croce. Il pregio dell’opera è dato proprio dal fatto che il Crocifisso sia stato ricavato da un unico blocco di legno, e senza una successiva aggiunta delle braccia. Con un color carne straordinario, sono nate spontaneamente, alcuni giorni dopo l’ultimazione del lavoro, alcune macchie, più scure, alle estremità, nei punti canonici, come a ricordare le macchie e i rivoli di sangue sulle mani, sui piedi e sulla fronte. Ciascuno è libero di interpretare a proprio piacimento questo fenomeno… La straordinaria forza della natura… Io mi sono limitato ad aggiungere e a spalmare con le dita un po’ di colore sulle ginocchia. Gli angioletti, invece, sono dei giochi, dei divertimenti; i capelli, le mani e i piedi sono realizzati con gli avanzi del legno derivanti dai colpi grossi. Io non butto nemmeno la segatura: tutto può essere riutilizzato… A partire da alcuni blocchi, terremotati, di tufo di Gibellina ho realizzato dei portavasi color giallo-ocra che ricordano dei mascheroni. Un altro blocco di legno, recuperato fradicio dal mare ricoperto di alghe e conchiglie, è stato levigato con delicatezza e inzuppato nella colla: ha dato volto a un Cristo sofferente e martoriato (dai tarli), che sembra risalire al ‘400.»

- Numerose anche le opere che sembrano trarre ispirazione da una tradizione comica…

«Sicuramente i burattini esprimono una sorta di deformazione professionale, rimandando al mio teatro. Tanti di loro, infatti, mi hanno accompagnato in alcuni spettacoli. Probabilmente sono il punto di congiunzione tra teatro e scultura. Esprimono l’intera comicità dell’artista. E’ indubbio che in tutto ci sia molto dei miei sessant’anni di professione: dalle bamboline, alle maschere, alle marionette. Alcune più tragiche, altre più buffe. Insomma, come l’opposizione tra tragedia e commedia nella vita stessa… Del resto, è più difficile fare ridere che piangere. Nella professione di comico, non è una questione di faccia ma di saper dire la battuta.»

- Teatro o Scultura?

«Ultimamente riesco con difficoltà, quasi a stento, a fare una distinzione: tendo facilmente a fare confusione su quale sia il mio vero lavoro… Ovviamente sto scherzando! La mia professione è, da sempre, quella dell’attore. Il mio unico grande desiderio. Influenzato dalla realtà del teatro, questo è per me un piacevole gioco, un interesse. Nei ritagli di tempo mi ritiro nel mio sgabuzzino, dove confeziono le opere. A essere sincero, dopo l’avventura della mostra, non vedo l’ora di tornare sul palcoscenico con “Il malato immaginario”. Mi sono un po’ stancato di fare la spola tra casa e mostra, ma ciò non toglie che mi sto adoperando per trovare una collocazione stabile alle mie “creature”: una mostra permanente. La mia grande speranza è dare una dimora fissa alle mie opere, qualora vengano reputate degne di essere esibite. Intanto, posso dirmi pienamente soddisfatto.»

- Qualche aneddoto in particolare?

«Ce n’è uno legato ai titoli delle opere. Ho sempre dato vita alle creazioni senza mai curarmi di dare loro un nome. Quando, però, in previsione dell’esposizione, i funzionari dell’Assessorato mi chiesero di dare un titolo alle opere, fui obbligato a farlo. L’assegnazione di un titolo è quanto di più determinante e decisivo per la buona riuscita di un lavoro. Deve essere azzeccato, per non farlo morire, per suscitare la curiosità del pubblico. Nasce così “La famiglia fermaporte”, i fermaporta di casa mia, quattro facce di donna e una di uomo, realizzate con pietre del mare di Praiola. Un altro volto, di pietra lavica, invece, richiama quello del grande Turi Scalia (il Giudice Cataratta in “Johnny Stecchino” di Benigni n.d.r.). Poi ci sono il “Sig. Benvenuto” e “I Sig.ri Smith”. Infine, “Il Pirata”, in legno di peschereccio, caratterizzato da due chiodi che, originariamente, avrebbero dovuto tenere una fascia. Il volto, che trasuda intensità e umanità, è contraddistinto da un taglio, proprio come un bucaniere.»

- Una straordinaria anima d’Artista, la Sua, ma ci parli del pubblico. Quali sono state le reazioni e i commenti?

«Le reazioni sono state molteplici. Le scolaresche e i bambini sono rimasti entusiasti, probabilmente perché attratti dal regno della fantasia e della creatività. Io adoro il mio pubblico e, in qualche modo, mi sento saldamente legato a questo. I commenti sono stati di due tipi, divisi tra chi è rimasto piacevolmente sorpreso al vedermi cimentare in un altro ambito, rimanendo poi stupito dal risultato, e tra chi credeva che l’autore delle opere fosse un mio omonimo. Molti hanno esordito così: “La conosciamo bene e sapevamo fosse un bravo attore, ma, a quanto pare, anche un ottimo scultore! Incredibile!”. Diciamo che tutti sono rimasti abbastanza sorpresi; alcuni si sono detti persino sconvolti… Di certo, molti non immaginavano nemmeno lontanamente che io realizzassi sculture. Il libro con le firme e i commenti dei visitatori sarà un fantastico ricordo: amici, catanesi, turisti italiani e stranieri, critici e, addirittura, gente venuta da lontano appositamente per la mostra. Il perché del successo? Forse perché risultano piacevoli all’occhio, festose… L’unico commento negativo, con un’espressione ingiuriosa, proviene da uno sconosciuto, probabilmente un ragazzino delle scolaresche… Ovviamente non attribuisco la minima importanza a questa “bravata” ma la considero la prova dell’immaturità di molti ragazzi. Giovani che, al giorno d’oggi, sono troppo lontani dalla realtà dei teatri e non si interessano alla cultura: una vera generazione smarrita. Il teatro, così come la musica, l’arte e la cultura, dovrebbe essere al primo posto nell’Italia di oggi.»

Si conclude così il nostro incontro e la nostra intervista. Un sincero e dovuto “grazie” va al Maestro Pattavina per il tempo dedicatomi e le foto concessemi, con l’augurio che questo suo “nobile hobby” sia foriero di nuove e molteplici soddisfazioni. In attesa di una nuova esposizione, lo aspettiamo sul palcoscenico per una nuova impresa teatrale.

Marco Fallanca

 

 

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